19.11.25
L’articolo del dott. Luigi De Luca, (CNVVF e sociologo dell’emergenza) affronta i passaggi da una gestione delle emergenze legata alla contingenza ad una logica del miglioramento continuo anche attraverso processi di formazione in divenire.
E come sviluppare questi percorsi formativi? E quale potrebbe essere il ruolo della leadership nel governare questi cambiamenti e trasformazioni socioculturali? Serve forse una nuova generazione di formatori-leader?
Nella storia degli umani, i cambiamenti sociali e le conseguenti trasformazioni (talvolta profonde) dei contesti sociali, sono stati anche (e spesso) avviati da momenti di crisi ed emergenze, da eventi catastrofici, da cambiamenti travolgenti, attesi o inaspettati.
Continua ad essere così.
Non è semplice leggerli o, anche solo, tratteggiarli nel momento in cui avvengono e manifestano i propri effetti. Oggi, tuttavia e a differenza del passato, abbiamo la possibilità di averne notizia e poterli quantomeno “apprendere” e commentare in tempo reale, attraverso le complesse reti di comunicazione e dei social media.
Riconoscere questi cambiamenti, veloci e talvolta traumatici, spesso improvvisi e inaspettati, risulta quanto mai necessario per provare a governarli e tentare di orientarli in una logica di miglioramento continuo e di gestione funzionale della crisi al fine di superare la cultura, lineare e stantia, della contingenza centrata sulla gestione dell’emergenza, ovvero di ciò che, di volta in volta “emerge”, in assenza di programmazione e di coscienza dei processi evolutivi.
Questi significativi processi di trasformazione culturale, con importanti riflessi antropologici a partire dalla rivoluzione digitale, riguardano anche il mondo del lavoro, la percezione del rischio, la cultura della sicurezza le fondanti logiche di prevenzione e la costruzione di organizzazioni resilienti.
La cultura della contingenza ispirata alla gestione di ciò che “emerge” è stata permeata da tratti disfunzionali radicati nel tempo in “sub culture”, più o meno striscianti e riconosciute, ispirate al primato della forza fisica, al machismo, allo “sprezzo del pericolo” e mascherate dall’attribuzione simbolica e ipertrofica dell’abnegazione e dell’ardimento.
Questo approccio, rigido e disfunzionale, portava ad una svalutazione della necessità di utilizzare i dispositivi di protezione individuale e, persino, alla derisione di chi (invece) li cercava e li richiedeva per poterli utilizzare e proteggersi. Dunque, generava una sorta di legittimazione, nella percezione del datore di lavoro, che alimentava la tentazione di non preoccuparsi oltremodo di dotarsene e metterli a disposizione dei propri dipendenti.
Negli anni ’90, comincia, ad opera di quelle che sono state le “nuove” generazioni di quel periodo storico, un lento e progressivo processo di trasformazione con il tentativo (tutt’ora in corso) di sostituire la logica della contingenza con una logica del miglioramento continuo, di far progredire la cultura dell’emergenza e trasformarla in cultura della prevenzione, anche attraverso processi di formazione in divenire.
Ci troviamo, adesso, ad attraversare un momento estremamente delicato, poiché in questo lento e non sempre lineare processo di trasformazione si è innestato un processo di cambiamento ben più profondo e veloce che è stato generato dalla rivoluzione digitale e dall’approccio delle nuove generazioni, figlie di questa trasformazione dall’impatto antropologico.
CI troviamo di fronte alla necessità, sempre più urgente, di definire una nuova “narrazione” per i percorsi ed i processi formativi, soprattutto, per quelli rivolti alle nuove generazioni nella consapevolezza di doversi ispirare a sistemi resilienti che siano in grado di interagire con fonti di rischio, naturale e antropico, oramai divenute strutturali.
La necessità di divulgare messaggi che accompagnino i giovani nella costruzione di una nuova coscienza dei rischi, quelli conosciuti e quelli emergenti, nella definizione di percezioni appropriate e funzionali a gesti e comportamenti consapevoli, ispirati all’autotutela per il raggiungimento di una sicurezza partecipata e di comunità lavorative resilienti a supporto di contesti sociali altrettanto resilienti.
Elemento fondante di questa nuova narrazione potranno essere nuove forme di leadership in grado di riconoscere, accompagnare e gestire questi cambiamenti e le trasformazioni socioculturali che ne conseguiranno.
Nuove forme di “leadership resilienti” su più livelli:
Risulta, dunque, necessario definire e far crescere una nuova generazione di formatori-leader puntando inizialmente su coloro che, nonostante l’età matura, si sono impegnati a “percorrere tanti chilometri” rinunciando ad una visione “scrivanocentrica” del mondo, a utilizzare e trasformare l’esperienza, valorizzarla e attualizzarla, acquisendo la capacità di cogliere i cambiamenti, di non vedere i “cigni” sempre e solo bianchi, di riconoscere, accompagnare e governare i processi di trasformazione socioculturale.
Risulta, altresì evidente che, in questa delicata “partita”, i social media, svolgono un ruolo di fondamentale importanza e potranno essere utilizzati in maniera appropriata ed efficace per aprire canali di comunicazione autentica e funzionale con le giovani generazioni, per renderle partecipi e protagoniste di questo delicato e impegnativo processo di trasformazione, accompagnarle nel superamento della percezione dei propri limiti, alla ricerca di nuove prospettive e di nuovi orizzonti.